La rivoluzione plastica - 12 January 2010 - Paradisi Per l'Anima
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La rivoluzione plastica
02:18
Il matrimonio tra chimica e agricoltura era il sogno di Raul Gardini, il Contadino che scalò la Montedison e fu poi travolto da Mani pulite. Bastioli l’ha realizzato con il Mater-Bi, bioplastica che nasce dall’amido di mais, si lavora come la plastica, ma è biodegradabile. Scommette sulla «sostenibilità economica e ambientale» la manager, che cita la nuova «bioraffineria» di Caserta come esempio di «investimento sulle intelligenze del Sud» e si dice affetta «da un inguaribile ottimismo» perché conta sulla «reindustrializzazione» ecologica del Paese.

La bioplastica è materia da sognatori: come il toscano Aldo Torrini, che a 80 anni, dopo avere passato una vita a commerciare cereali, ha creato il BioTecnoMais. Derivato da mais e farine di grano miscelate con oli vegetali, messo a punto con l’Università di Milano, per Torrini «è un pallino personale, nel quale ho investito tempo e soldi». Per produrlo, la EuroEcological Italia di Chiusi (Siena) usa macchine che sfornavano pasta alimentare: i primi risultati sono chip da imballaggio, giocattoli e saponette.

Il mese scorso a Berlino, alla IV Conferenza europea sulle bioplastiche, la Novamont ha presentato il Mater-Bi di seconda generazione. Ora disponibile su scala industriale, con una maggiore percentuale di materie prime rinnovabili per essere usato in pellicole protettive e shopper, ossia i sacchetti del supermercato: quelli in plastica sarebbero dovuti finire fuorilegge a fine 2009 per una normativa europea, ma in Italia il divieto è slittato di un anno. Tuttavia, molti centri commerciali e negozi al dettaglio già usano shopper biodegradabili. La catena Iper offre sacchetti in Mater-Bi, plastica riciclata, carta e sacchi di tela in cotone biorganico: c’è da farsi una cultura aspettando in fila alla cassa.

I sacchetti non sono l’unica applicazione del Mater-Bi, spiega Alessandro Ferlito, direttore commerciale della Novamont: «Ci sono imballaggi e prodotti per il catering, piatti, bicchieri e posate che si possono buttare nella spazzatura con gli avanzi di cibo, guanti e buste per l’acquisto di frutta sfusa. L’ultima nata è la bustina di zucchero per il caffè. Tutti biodegradabili». O compostabili, cioè destinati con i rifiuti umidi a un futuro da fertilizzanti per l’orto o l’agricoltura.

«La nuova frontiera è il packaging alimentare» dice Ferlito. «Alghe e bucce di pomodoro forniranno pellicole per frutta e verdura». Perché la grande distribuzione, a cominciare dagli americani della catena Wal-Mart, la più importante del mondo, punta sulla ecosostenibilità di prodotti e imballaggi, avendo capito che i clienti sono spinti nelle loro scelte da motivazioni ambientaliste.

E, sempre in tema di coltivazione, la Novamont è stata fra le prime a produrre teli biodegradabili per la pacciamatura: per evitare la crescita di erbacce tra le coltivazioni, il campo è protetto con un telo dal quale spuntano solo le piante buone. Se queste protezioni sono in plastica, a fine lavoro si bruciano, con emissioni nocive, o finiscono in discarica. Invece il film biodegradabile è utile anche quando va in pensione: si dissolve nel terreno senza inquinare e fa pure da fertilizzante.

Dal cilindro del Cnr di Pozzuoli nascono anche progetti di contenitori per l’agricoltura (come le nursery pot, i vasi dove vengono messe le piantine giovani) fatti di scarti vegetali impastati con resine naturali, invece che in polietilene o polistirolo espanso che poi finisce in discarica. «Quando le radici della pianta crescono, rompono l’involucro che si dissolve nel terreno e diventa fertilizzante e ammendante, cioè contrasta con le sue fibre vegetali l’aridità del terreno» afferma Malinconico.

Insomma, per la plastica non sono più i bei tempi dei Caroselli anni 60, quando Gino Bramieri incantava le casalinghe con lo slogan «La signora guardi ben, che sia fatto di Moplen». Era la nuova materia plastica per cui Giulio Natta, padre del centro studi da cui nascerà la Novamont, ebbe il Nobel per la chimica nel 1963. Un momento che divise gli italiani in due categorie: quelli che hanno avuto l’automobile a pedali in metallo e quelli che l’avevano in Moplen.
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